Siamo noi. La generazione delle donne cresciute negli anni Novanta.
Quelle che dalla periferia hanno fatto a botte con la loro nuda, odiata e perseguitata personalità. Noi che non avevamo il bromuro dei locali, degli eventi, dei negozi ad addormentare il nostro sentirci perdute, sempre alla ricerca di qualcosa di indefinito che il vestirci di nero, i piercing, le maglie lunghe e gli anfibi in qualche modo cercavano di definire, anche se inutilmente.

Poi ci sono i nostri padri, quelli che negli anni Sessanta erano ciò che noi siamo state negli anni Novanta. I padri ingegneri, quelli operai, i piccoli borghesi, tutti uniti dalla voglia di una casa tutta loro, dalla passione per l’Alfa e dal calcio delle domeniche pomeriggio. Loro che hanno fatto tanta fatica a capirci, come figlie e come aspiranti donne, con il nostro universo troppo lontano e le nostre pretese di andarcene via.

E poi ci sono le mamme, quelle che negli anni Cinquanta erano solo bambine, ma già educate a diventare madri e mogli perfette, anche se imprigionate in corpi di artiste, viaggiatrici o 
giornaliste, in corpi che con gli anni avrebbero preteso l’indipendenza e la libertà di essere usati senza riserve, ma del tutto incapaci di essere felici senza un uomo accanto, anche se disprezzato perché incapace di capirle.

Due generazioni si toccano, si invertono, crescono e invecchiano, in un incrocio di episodi fatto di flashback narrativi, in cui quello che viene tracciato è solo il profilo di una Sofia moderna. 
Sofia è figlia del “dopo dopoguerra”, di un “post” che non ha certezze, se non la vasca di acqua bollente in cui l’autoannullarsi la riporta in contatto con la sua anima più intima.
Alla fine non rimane altro se non il silenzio, il profumo dei sali, il vapore che ne avvolge il corpo 
e che la conduce all’unica sua verità possibile: Io voglio essere felice adesso.

I miei tre buoni motivi aggiuntivi.

#1. La struttura narrativa

Un romanzo che è fatto di racconti, come solo Marco Cognetti sa fare davvero

#2. I non luoghi della periferia lombarda

Potrebbe essere un posto qualsiasi d’Italia: un po’ periferia, un po’ campagna

#3. La scrittura

L’importante, diceva, è abituarsi a una faccia: non la bellezza ma l’abitudine. La bellezza in fondo che cos’è, una stupida questione geometrica, solo un incastro fortunato nel campionario di bocche, nasi e orecchie disponibili. Ma se una faccia hai imparato a conoscerla, e l’hai vista quando ha sonno, quando ha il raffreddore, quando è distrutta da una giornata nera, se ti sei abituato a quella faccia, allora hai superato la questione della bellezza, non sei d’accordo?

Paolo Cognetti, Sofia si veste sempre di nero

Sofia di veste sempre di nero, Paolo Cognetti

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