Perché questo libro vi potrebbe aiutare se state vivendo il vostro momento giusto, ma siete nel posto sbagliato.

La storia è quella di un figlio che non vede il padre per 37 anni.

Ma il paradigma è rovesciato. Già, perché è il protagonista a decidere di interrompere i rapporti con il padre e lo fa all’età di sette anni. E con una lucidità disarmante (almeno agli occhi del lettore).

Il padre decide di lasciare la moglie per un’altra donna. E il figlio decide di lasciare il padre.

Un aut aut netto, deciso, che si chiude con un “Non voglio più vederti“. Lo dice scrivendolo su un biglietto di carta che consegna brevi manu al padre, in uno dei loro ultimi incontri.

Poi 37 lunghi anni di silenzio, fino a quando il filo si ricuce. I due tornano a parlarsi, come due conoscenti. Due estranei, forse, in cui uno è prima di tutto nonno del figlio dell’altro. E’ il giardiniere che sistema la casa del figlio. Quello che porta la torta a Natale, anzi, il giorno prima, perché tutta la vita che è passata nel frattempo deve stare fuori. E le festività rimangono terreno dell'”Altro”.

Una nuova quotidianità raccontata con garbo, in cui tutto sembra funzionare. Incastrarsi. Un pezzo alla volta. Il momento adesso è quello giusto. Il posto, però, deve tornare a essere la casa dei due protagonisti. Anche attraverso un viaggio nella colpa, che è condanna di entrambi, in un rovesciamento dei ruoli e delle parti.

E se non vi è bastato per leggere questo libro, ecco, come in ogni sintesi che si rispetti, i tre buoni (miei) motivi per cui valga la pena leggerlo.

#1 Il racconto di una Roma diversa

Non la Roma delle borgate, ma neanche quella del centro. Una Roma fatta di apparente nowhere. Il quartiere di S., che ricorda tanti S., romani e non solo. Fatto di case a schiera, troppo lontane dalla città per creare collettivi bisogni di partecipazione. Troppo lontani dalla periferia per essere “degrado”. Questo S., ma è tutto mio, mi ha ricordato uno degli S. di Favolacce.

#I riferimenti letterari non fini a loro stessi

Kafka e Sant’Agostino, James Hillman e Kant. Non interrompono il racconto come digressioni dovute, ma lo attraversano, con la naturalezza dei personaggi che completano questa lunga lettera al padre.

#3. La scrittura sublime, che esplode nel racconto del tradimento e del perdono

“In quelle mattine la felicità abusiva che provo è così intensa da essere quasi soffocante. E’ in quei momento che comprendo come l’essere umano non sia fatto per la felicità: perché la felicità non è incorruttibile, ma è tale solo se raffrontata all’infelicità che ne fa da contraltare. La felicità di certi momenti non si esprime intrinsecamente nella felicità, ma nella sensazione di averla a portata di mano, di essere lì lì per toccarla, e nell’essere consapevoli che per arrivare a toccarla c’è un impedimento che non riusciamo in alcun modo ad aggirare. Ecco la felicità: una cosa dolorosamente imperfetta di cui riusciamo a intuire appena la perfezione”.

A. Pomella, I Colpevoli, dal capitolo Triste e oscura aspettativa

Ho appreso la lingua dei colpevoli e ho attraversato la terra dei traditori. Così ora le nostre parti sono condannate a rovesciarsi incessantemente. Siamo due corpi in lotta, avvinti nell’abisso perpetuo del vuoto gravitazionale


Andrea Pomella, I colpevoli

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