Elena Varvello con il suo Solo un ragazzo concentra in poco più di 170 pagine il corrispettivo di almeno tre corsi di scrittura creativa.
Per questo non è stato facile capire dove “collocare” questo romanzo. In quale momento della vita di qualcuno potrebbe essere di grande aiuto?
Sicuramente in quello di chi sta cercando di scrivere un libro e non sa come fare. Quindi se state pensando di scrivere un libro o avete iniziato a scriverne e siete bloccati, fermatevi e conedetevi questa lezione.
Poi però ho pensato che circoscrivere agli aspiranti scrittori la lettura di Solo un ragazzo sarebbe stato troppo discriminatorio, così lo metto nella mia categoria preferita: quel paio di pantaloni bianche e righe che non so con cosa mettere. Perchè ci vuole personalità per leggerlo.
#1. Il “perfetto” e il “piuccheperfetto”
Sintesi in breve. La storia è “semplice”. La fabula ha un’unità di tempo e di azione che farebbe star zitto perfino Aristotele. Ma il primo motivo di Solo un ragazzo è che la storia viene svelata lentamente. Un pezzettino alla volta. Da angoli e sfumature diverse. E ogni personaggio “secondario” ne diventa inevitabilmente protagonista. Non è il tecnicismo che però interessa a chi legge questo libro, figuriamoci a me. Ma l’universalità a cui apre: ogni storia, anche la più piccola, è solo il risultato di tutto quello “che è successo prima” e non finisce con quello che accade.
#2. Il ragazzo di “Solo un ragazzo”
E’ il ragazzo che penso abbiamo incontrato in tanti, almeno una volta nella vita. O perchè lo siamo stati per primi, o avremmo potuto diventarlo.
#3. La scrittura che diventa la storia di tutti noi
Aveva l’impressione che il mondo intero avesse trattenuto il fiato per vent’anni, e che solo quella notte avesse ripreso a respirare.

Solo un ragazzo

