Nicola Lagioia nella sua nuova Città dei vivi racconta una delle storie più famose ed efferate degli ultimi cinquant’anni: il delitto di Luca Varani.
Ho pensato davvero tanto a dove inserire questo nuovo libro e devo ammettere che inaugurare la categoria “Guilty pleasure” con un romanzo che parla di cronaca nera possa sembrare blasfemo. Soprattutto se la storia che ci racconta Nicola Lagioia è una di quelle più famose ed efferate degli ultimi cinquantanni.
Eppure c’è uno strano piacere nel leggere La città dei vivi, allo stesso tempo spaventoso e terrificante, che perseguita il lettore per tutte le 457 pagine di questo libro.
Da cosa arriva questo piacere così pungente?
#1. L storia è più che conosciuta. Ma la si legge per la prima volta.
Sul caso Varani è stato scritto, detto, raccontato tutto. Ma Nicola Lagioia riscrive la storia da zero. E in questo libro si legge tutto dall’inizio. Anzi dalla fine. Il lavoro redazionale è pazzesco: La città dei vivi ricostruisce la storia con un lavoro editoriale di tagli e ricostruzioni che vanno al di là del lavoro giornalistico. La struttura “narrativa” di questo libro toglie il fiato: ci sono momenti in cui non si può fare a meno di correre tra le pagine aspirando a un finale diverso, anche se il finale della storia non può essere diverso. E poi ci sono i momenti in cui ci si deve fermare. Aspettare che le parole si sedimentino. Perché in certi momenti è davvero troppo.
Quando prima dell’omicidio i due si erano detti che, combinando qualcosa di grosso, sarebbero rimasti legati per sempre, non avevano immaginato questo
#2. Il legame malato con una Roma disturbante
Lo si intuisce nel titolo, ma lo si vive nella rottura. Roma è la protagonista di questa storia al pari dei suoi protagonisti. Il suo degrado, i personaggi terzi che intervengono nel racconto come specchi di un male radicato e incurabile.
Quella sera però, al decimo piano di via Igino Giordani, sembrava che tutta la disperazione, il livore, l’arroganza, la brutalità, il senso di fallimento di cui era piena la città, si fossero concentrati in un unico punto.
Questo funziona quando Roma è raccontata da chi l’ha vissuta da vicino ed è qui che la storia si interseca anche con la vita di Nicola Lagioia. Perchè Roma, è una di quelle “città dei morti, le uniche dove la vita abbia ancora un senso”.
A mancarmi così tanto era la sensazione di assoluta libertà che a Roma era sinonimo di sfascio, anarchia e trascuratezza, e a mancarmi era la certezza, in alcuni momenti vertiginosa, di poter vivere come semplici espressioni umane, alla condizione brada, sciolti dal laccio di uno Stato e perfino dal vincolo di una comunità che voglia dirsi un popolo.
#3 L’universalità della storia. E se fosse capitato a me?
Si dice che ogni libro debba rispondere a una sola domanda e che la credibilità delle sue risposte ne sancisca la riuscita o meno. Dall’inizio chi legge questo libro si chiede una sola cosa: E se fosse capitato me? Non importa se nei panni delle vittima o del carnefice, nei padri degli assassini o nella madre dell’ucciso. Le risposte variano, ma il piacere e l’angoscia derivano proprio da questa rivelazione terrificante.
Nessun essere umano è all’altezza delle tragedie che lo colpiscono. Gli esseri umani sono imprecisi. Le tragedie, pezzi unici e perfetti, sembrano intagliate ogni volta dalle mani di un dio. Il sentimento del comico nasce da questa sproporzione


